Manifestare per un fisco migliore? Certamente sì.

Manifestare per un fisco migliore? Certamente sì.

La manifestazione di Roma del prossimo 14 dicembre, promossa dalle sigle sindacali, va nella direzione da tempo auspicata di una pubblica mobilitazione della categoria dei commercialisti.

Sarebbe davvero riduttivo pensare che quest’azione è volta a protestare solo contro le nuove misure fiscali contenute nel DL 193/2016: questo decreto è solo la punta di un iceberg.

Gli obiettivi della manifestazione reputo siano molteplici e sentiti: l’occasione è quella di far convergere l’attenzione sul tema fiscale, che nel corso degli anni è diventato fonte di irritazione e scontento dei cittadini e non solo del mondo delle partite IVA.

L’ordinamento fiscale italiano poggia su una normativa complicata e di difficile interpretazione, con una miriade di adempimenti per nulla utili e per di più costosi, sorretto da un impianto sanzionatorio sproporzionato; un ordinamento caotico, che ostacola lo sviluppo e impegna oltre misura il tempo  (e mette a dura prova la pazienza), di imprenditori, professionisti e privati cittadini.

Senza necessità di evidenziare le classifiche mondiali, che comunque ci vedono sempre occupare gli ultimi posti quando l’analisi verte in materia di tassazione e correlati adempimenti, vale fare qualche riflessione di ordine generale.

Legiferare bene e meglio, anche mettendo un po’ d’ordine nelle disposizioni esistenti, sarebbe un primo passo per recuperare affidabilità nel sistema e migliorare il rapporto con i contribuenti. Non ce lo chiede l’Europa: lo chiedono i contribuenti italiani e sarebbe un bene anche per assicurare certezza agli imprenditori stranieri per attrarli ad investire in Italia.

In merito agli adempimenti, oggi in Italia ne siamo soffocati (mentre l’Europa spinge per un semplificazione). E’ stato ripetuto più volte: non è aumentando gli adempimenti che si combatte l’evasione, anzi è vero il contrario. come evidenziato dalla crescita del “tax-gap” negli ultimi anni; più compliance impone un maggior tempo per il controllo di dati auto-dichiarati, erodendo tempo all’amministrazione finanziaria per analizzare e verificare efficacemente ove si annidano evasione e frode. Faccio, inoltre, notare che malgrado la totale eliminazione del segreto bancario e, quindi, la mole di informazioni di cui l’AF ha a disposizione, al momento la situazione sul versante del contrasto all’evasione non sembra essere migliorata.

Il discorso è, naturalmente, più ampio. Da tempo si chiedono semplificazioni operative, promesse ma mai concretamente attuate, senza nulla togliere all’attività di controllo e intelligence dell’AF: i costi di compliance sono diventati insostenibili per tutti ma, peggio, gli adempimenti sono imposti a pena di sanzioni spropositate. Sembra quasi che lo Stato preferisca introitare le sanzioni piuttosto che le imposte, contando sull’errore del contribuente. Qualche esempio? Presto fatto.

Il DL 193/2016 introduce l’invio, con periodicità trimestrale, dei dati completi dei dati delle fatture emesse e ricevute e registrate: per l’omessa o errata trasmissione dei dati “di ogni fattura”, si applica la sanzione di € 25, con un massimo di € 25.000 (!) e senza beneficiare del cumulo giuridico. Ora in sede di conversione in legge si parla di una significativa riduzione della sanzione ( 2 euro per ciascuna fattura, con un massimo di 1.000 euro per ciascun trimestre). Lo stesso decreto pone l’obbligo d’invio, anche qui con periodicità trimestrale, di una comunicazione dei dati contabili riepilogativi delle operazioni di liquidazione periodica dell’IVA. L’omessa, incompleta o infedele comunicazione dei dati e’ punita con una sanzione da € 5.000 a € 50.000 (!), che sembra sarà anch’essa ridotta in sede di conversione del decreto (passerebbe da 500 a 2.000 euro, e ulteriormente ridotta alla metà se la trasmissione è effettuata entro 15 giorni successivi dalla scadenza, ovvero se entro lo stesso tempo viene effettuata la trasmissione corretta dei dati). Ad ogni modo, il peccato “genetico” persiste.

Paradossalmente, sanzioni sono previste (sia pure ridotte alla metà e comunque in misura non superiore al minimo edittale), anche nell’ambito del “regime di adempimento collaborativo”, istituito con il recente decreto legislativo 5 agosto 2015, n. 128. Quindi anche in caso di totale disclosure del contribuente, per i rischi comunicati in modo tempestivo ed esauriente, laddove l’Agenzia delle entrate non condivida la posizione dell’impresa su una determinata operazione, trovano applicazione le sanzioni. In queste condizioni, non mi sembra che l’istituto dell’adempimento collaborativo raggiunga, appieno, l’obiettivo di instaurare un rapporto di fiducia tra amministrazione e contribuente, aumentando il livello di certezza sulle questioni fiscali rilevanti. La sanzione, sempre, comunque e ad ogni costo, può scoraggiare le imprese ad aderire ad un regime di totale trasparenza/collaborazione e, dunque, preferire attendere e, se del caso, difendersi in sede contenziosa.

Non c’è verso di introdurre nel nostro ordinamento uno specifico principio per cui le sanzioni non debbano essere comunque irrogate allorché la violazione si traduce in comportamento che non dà luogo ad alcun debito di imposta, men che mai in base a un regime di totale trasparenza nei rapporti Stato-contribuente.

Vi è poi il problema dello Statuto dei diritti del contribuente, da elevare a rango costituzionale di modo che, ponendosi al di sopra delle singole leggi tributarie, ne possa correggerne i vizi e le deviazioni al fine di migliorare il rapporto Stato-cittadino, rendendolo altresì meno conflittuale (forse non sarebbe male che le sigle sindacali trovino un punto d’incontro su questo argomento). E’ fuori di dubbio che occorrono principi di civiltà giuridica e di tutela che pongano su un piano di parità sostanziale il rapporto Stato-contribuenti.

La categoria si mobilita, dunque, per sensibilizzare un’opinione pubblica semi-rassegnata e questa presa di posizione segna anche la prova pubblica che a nuovi e maggiori adempienti non siamo sicuramente (economicamente) interessati, non ci fanno piacere, anzi ci intralciano nell’attività professionale.

Sono, invece, “tiepido” sull’opportunità di uno sciopero di categoria, così come sembra nelle intenzioni dei promotori: le ragioni sono legittime, ma onestamente mi dispiacerebbe dire a un cliente: “scusi oggi sono in sciopero”. Faccio, inoltre, fatica a pensare a una aspra contrapposizione, collocandoci su una posizione conflittuale. Aggiungo il rischio che questa decisione sia strumentalizzata (contro) da chi nutre interessi personali o di casta, con il rischio di un pesante dazio da pagare in futuro e senza risolvere nulla a livello sistemico.

Ciò non toglie che, se questa sarà la decisione ultima, mi allineerò per spirito di colleganza e di unità, ma sicuramente preferisco cento dibattiti o manifestazioni pubbliche, magari coinvolgendo le associazioni delle categorie interessate (imprese, commercianti, cittadini, ecc..), piuttosto che uno sciopero.

A mio parere, l’obiettivo primario della manifestazione, dovrebbe essere mirato a sensibilizzare la classe politica ad aprirsi al confronto, a un dialogo costruttivo, nonchè a riconoscerci un livello tecnico capace di proporre e costruire un nuovo sistema fiscale perché, l’ho già scritto più volte, chi sta in “trincea” è portatore di problemi reali e anche di soluzioni apprezzabili.

Dal profilo Linkedin di Alessandro Savorana

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